Abituato a ritrarre ragazzine ai primi ormoni o poco più, tutte ambizione e timidezza, lei, che doveva aver toccato la trentina, mi sembrò un’aliena.Aveva un corpo  burroso e un volto forse grazioso ma sciupato, da angelo che in volo s’era spezzato un’ala. Una sigaretta a penzolare tra le labbra, si spogliava con una noncuranza distratta che m’infastidiva. Non mi piaceva questa pelle che mi veniva buttata lì come una tovaglia di fiandra stesa alla bell’e meglio sul tavolo, elegante sì, ma lisa in qualche punto, macchiata in altri. E la macchia più evidente si estendeva dall’ombelico al pube come un invito a bere vino cattivo, un tatuaggio gotico dai margini slabbrati in cui spiccava il nome di un uomo, inciso a mo’ di freccia con la punta rivolta in basso. E questo? le chiesi già incazzato indicando quella specie di bassorilievo tremulo di carne e inchiostro. Non si tolse la sigaretta di bocca per rispondermi. “Roba vecchia, lascialo fuori dalle foto. Voglio immagini dolci.” disse con voce roca. Un occhio socchiuso per il fumo, la bocca una fessura sghemba, sulla pelle quei segni indelebili brutti come lividi, tutto in lei contribuiva a contraddire quell’attesa di dolcezza. Scossi la testa e, dopo aver provato inutilmente ad inquadrarla nell’obbiettivo, deposi la macchina e le dissi di rivestirsi. Non le badai mentre mi vomitava addosso improperi di ogni genere, volevo solo che se ne andasse in fretta.

Era un’altra giornata di lavoro andata in fumo, io che nemmeno fumo. Pur essendo stato chiaro nell’annuncio finora nulla e nessuno che potesse soddisfare le mie aspettative.

Scesi in panetteria come spesso mi capita quando ho bisogno di riflettere o sfogare frustrazione. Dovetti spiegare alla nuova commessa come farcirmi la focaccia che poi addentai meditabondo con i gomiti appoggiati su un tavolino alto. La cuffia le nascondeva i capelli e le deformava il profilo del capo. Anche il volto non sembrava dei più belli. Partiva svantaggiata e questo eccitò la mia curiosità. La seguii con lo sguardo mentre si muoveva frettolosa tra ceste di pane e tranci di pizza per servire i clienti. Aveva una certa grazia umile. Pallida in viso, immaginai il candore del corpo. Aspettai che il negozio  si vuotasse momentaneamente per chiederle “hai tatuaggi?”. Mi guardò stranita come le avessi chiesto un tipo speciale di pane di cui era sprovvista. Impiegò del tempo e parecchio imbarazzo a farfugliare un no malfermo. Ma era la risposta che cercavo. Approfittando di ogni pausa di lavoro, a più riprese le parlai di messaggi in bottiglia e di parole eterne che durano il tempo di uno scatto, le chiesi se preferisse il rosso, il nero o il viola prefigurandomi quei colori sulla pelle, le dissi della sua schiena che trovavo proprio adatta e le suggerii di pensare alla frase che lei avrebbe voluto essere se fosse stata carta anziche’ carne. Un turbinio di parole incalzanti le mie, che lei non poteva comprendere ma che in qualche modo vedevo penetrare nei suoi occhi sbigottiti. “Sarai pagina bianca su cui scrivere” le dissi sulla porta  aggiungendo che l’aspettavo nel mio studio.

Impiegò un mese a salire le mie scale, ma quando entrò non aveva più tentennamenti.

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