grattarsi la schiena

La stanza è larga, bianca. Sono disteso su un lettino. Nudo.
Ho paura.
A pochi passi di distanza, stanno tramando alle mie spalle, si mettono d’accordo. Progettano un esproprio, un furto – pur se, intendiamoci, non è di soldi che si sta parlando.
Andiamo con ordine, però.

Cominciò molti anni fa, non mi ricordo quanti, se dieci, venti o forse anche di più.
Rammento quasi tutto, fino nei minimi particolari, eppure non so far risalire l’inizio a una data precisa, a un’occasione e neppure a un periodo particolare.

Diciamo così: che cominciai a grattarmi, anzi, che forse avevo già iniziato a farlo molto prima di rendermene conto.

Ricordo la mia pelle, fin da ragazzino sempre molto secca, tendente alla desquamazione e ai facili arrossamenti. Dopo la doccia, o la mattina appena sceso dal letto, spesso mi capitava di avvertire un accenno di prurito a smuovermi le mani.
Dapprima accadeva di rado, in qualche zona random sul petto, dietro le ginocchia, o sul cuoio capelluto, poi pian piano sempre più di frequente, con maggiore intensità e su un’area corporea più estesa.
La pelle mi chiamava e io le rispondevo, ecco tutto.
All’inizio reagivo distrattamente, specie se ero impegnato nel mio lavoro di scrivania – la sinistra che danzava sulla tastiera e la destra a cercare quel brivido bruciante da acquietare.
Poi, col passare del tempo, aumentando il prurito, la mia reazione si adeguava allo stimolo, via via più pressante e fastidioso.
La mattina mi alzavo sempre nervoso, pronto a ingaggiare la mia personale, feroce battaglia con la pelle: più lei mi si ribellava e più la castigavo, come un celerino zelante stile anni settanta. Più lei cercava nuovi spazi nei quali far sentire i suoi spilli e più io mi affannavo a scoprirli per poi reprimere, con la forza.
Poteva accadere per strada, al lavoro, ovunque: allora, incurante degli sguardi stupiti dei passanti, dei colleghi, senza alcun ritegno, mi cacciavo la mano sotto la camicia, dentro i pantaloni o i calzini e sfogavo il mio bisogno. Oppure cercavo un angolo vivo, uno spigolo, e mi ci addossavo agitandomi come fanno i gatti, finché lei, la pelle, non si calmava e mi lasciava stare, almeno per un po’.
Arrivai piano piano a un punto in cui il mio corpo si era coperto per buona parte di ferite, graffi, croste.

“Madonna mia, Walter, come ti sei conciato, ma sei scemo?” – mi chiese atterrita Chiara osservandomi la schiena mentre mi spogliavo per andare a letto – “Non ti vedi? Sembri la dea Kalì con quelle braccia che scappano dappertutto, non puoi andare avanti in questo modo. Domani facciamo come dico io, si va dal medico…”.

Il dottor Giorgi era un tipo simpatico, non una cima, tantomeno uno stakanovista, e sapeva quando era il caso di preoccuparsi. Dopo aver constatato l’abnorme colorazione del collo e della schiena, le mani devastate dai tagli alle falangi e la pelle ovunque ispessita e rugosa, mi liquidò ammonendo:
“ Sei messo male Walter, potevi anche venire un po’prima qui da me. Io non posso far molto: ci vuole uno specialista, qualcuno che conosca bene la materia, un bravo dermatologo. Vacci subito, mi raccomando. Spesso si crea come un circolo vizioso e c’è bisogno di qualcuno che sappia interromperlo alla svelta, questo circolo. Prova dal Sarti, è bravo. Poi fammi sapere”.

Il dottor Sarti, dermatologo e allergologo, riceveva a casa, come le puttane, in una bella stanza adattata ad ambulatorio. Al contrario del Giorgi, indossava un camice pulito, possedeva una sontuosa scrivania, il capello brizzolato e lo sguardo di chi mostra di sapere il fatto suo anche quando non lo sa davvero fino in fondo.
“Vede, Cortini” – mi disse paternamente dopo avere preso atto della situazione – “lei ha indugiato fin troppo. Qui non bastano due pomatine. Ora le prescrivo un cortisonico per bocca, un antistaminico, un unguento da spalmare regolarmente, con pazienza, nelle zone più colpite. Faremo anche alcuni esami per escludere altre cose e per avere un quadro clinico più definito. Lei però è un atopico, non ci piove. Non gliel’ha mai detto nessuno?”
Rimasi inebetito per un attimo. Poi una reminiscenza del greco fatto al classico mi suggerì un etimo improvvisato che parve rendere giustizia all’immagine che avevo sempre avuto di me: “atopico…senza posto… fuori luogo, insomma. Eh, sì…perfettamente calzante, ecco… ma… cazzo vuol dire in questo caso…?”
“Che significa dottore?” – smisi di pensare.
“Che ce l’ha scritto nel DNA. Scommetto che ha sofferto di asma da bambino e aveva la dermatite prima che le venisse l’asma.”
“Sì… è vero! Mia madre mi ha raccontato tante volte di come mi grattavo da piccino dei guanti bianchi alle manine e delle notti del respiro col fischio, a cercare l’aria…”.
“Ecco, lo vede? è la natura che prima o dopo ritorna. Adesso faccia gli esami, si curi e torni tra un mesetto. E si ricordi soprattutto di stare tranquillo: queste son malattie che hanno a che fare con la sfera emotiva”.
“Dottore, come si fa a star tranquilli? Questa pellaccia qui mi fa impazzire” ― gli risposi gesticolando – “E più mi gratto più mi pizzica e via, avanti con le mani e con la rabbia…”
“Mi stia a sentire: potrebbe anche essere che a volte sia lei a cominciare.”
“C..come?”
“Mi spiego meglio: può darsi che lei sia già nervoso di suo; che la pelle pruda di conseguenza e si vendichi, ribellandosi a questa sua condizione. Non è sempre facile distinguere, sono cose sottili, sfumature, un po’come la storia dell’uovo e della gallina. Insomma forse è anche un poco colpa sua”.
Quando sentii quella parola – “colpa” – la pelle cominciò a pizzicare ancora di più, dappertutto.
“Colpa mia una sega!” ― pensai ― “Quando non sanno cosa dire o come fare danno la colpa al paziente, questi medici del cazzo!” ― ma poi preferii restare zitto.
Un po’ impermalito, presi le ricette, pagai – niente ricevuta –, biascicai un ringraziamento, un saluto e via in farmacia: c’era da pensare a curarsi, ora.

Non avevo idea di che razza di bomba fosse il cortisone per bocca: i primi quattro cinque giorni mi sentivo un leone. Il prurito era scemato nettamente, la pelle aveva riacquisito idratazione ed elasticità e io avevo energia da buttare. Al lavoro sembravo Nembo Kid. Venni a sapere, in seguito, che quelle splendide pasticchine le davano anche ai soldati americani in Vietnam per accrescere la loro aggressività ― bella roba!
Gli effetti buoni del cortisone però durarono poco, ben presto rimpiazzati da altri, non altrettanto gradevoli: mal di stomaco, rialzo della pressione arteriosa, insonnia. In più avevo la mascella tonda come quella di un gatto e mi sentivo caldo e schizzato come un tossico.
L’antistaminico mi dava una mano ma non più di tanto, così, dopo che ebbi interrotto il cortisone, ecco di nuovo il prurito fare capolino.

Tornai a grattarmi, con moderazione, e, tutto sommato, non fu affatto una brutta sensazione risentirmi nei miei panni, ritrovare i gesti che più mi erano familiari. Quelli che ormai mi appartenevano di diritto.

Il dottor Sarti un mese dopo, con in mano tutti i risultati delle analisi fatte, inclusi i test allergologici, quelli coi cerotti sulla schiena e i graffi sulle braccia, confermò la diagnosi, prese atto del valore stellare delle mie IgE, delle numerose intolleranze agli alimenti e ai pollini e anche della mia idiosincrasia per il cortisone.
Riscontrò, altresì, un discreto miglioramento globale e mi prescrisse, di conseguenza, una “cura di mantenimento” – così la definì – ribadendo che molto però dipendeva da me, dall’“approccio mentale”. Che avrei dovuto abituarmi a gestire la mia condizione tra inevitabili alti e bassi.
Poi, allargando le braccia mi congedò ed ebbi la netta impressione che entrambi non attendessimo altro che il momento dei saluti.

Dopo quel mezzo fallimento avevo capito che in fondo Sarti aveva le sue ragioni. Dovevo imparare.
Avevo capito che era meglio cominciare a venire a patti con la mia pelle.
Per prima cosa pensai di iniziare a darle del tu e a mettermi d’impegno per prenderla un po’ di più in considerazione.
“Vedi” ― le sussurravo con le mani, con lo sguardo ― “possiamo metterci d’accordo, cara… Dobbiamo stare insieme: proviamo a farlo il meglio possibile! Io ce la metterò tutta per starti a sentire ma anche tu, abbi pazienza, vienimi incontro, cerca di volermi un po’ di bene…”.
Così cominciai ad abituarmi, ad abituarti.
Spendevo fior di quattrini in farmacia in saponi speciali e creme emollienti o idratanti ― niente profumi, che eri suscettibile, ti davano noia.
Mangiavo meglio, evitando, per quanto possibile, gli alimenti per i quali gli esami avevano decretato la mia intolleranza.
Facevo in generale una vita più sana: qualche bella camminata, poi alla sera poca televisione e a letto presto.
Cercavo anche di stare calmo e lavorare un po’ di meno; di non prendermela per le beghe in ufficio, di non fasciarmi la testa se la mattina, a volte, ti ritrovavo secca e arrossata più del solito.
Adottavo anche piccoli espedienti di autoprotezione quale quello di tagliarmi le unghie cortissime ogni santo giorno.
Chiara, da parte sua, faceva quello che poteva, anche troppo, mantenendo la casa pulitissima, cambiando lenzuola e federe ogni due giorni ed eliminando i tappeti e le tende che aveva scelto e che tanto le piacevano.
I giorni in cui mi imploravi di strapparti non ti davo retta, viceversa, ti massaggiavo con cura, con pazienza, con amore, finché il prurito più cattivo non si attenuava.
Quando poi proprio non volevi saperne – o forse ero io a non volerne sapere in quei momenti – tentavo di fare o pensare ad altro e se non bastava, mi difendevo ingoiando qualche compressa di antistaminico in più, o facendo ricorso all’allergologo per un bel tagliando, con aiutino supplementare.
Insomma mi barcamenavo, con gli alti e i bassi previsti dal Sarti.
Tu, d’altronde, non ti mostravi remissiva ma neppure isterica e alla fine il nostro rapporto aveva preso la giusta piega e raggiunto un equilibrio sufficientemente stabile.

Così, in questo modo, con qualche crisi, qualche aggiustamento, siamo andati avanti per molto molto tempo. Insieme.
Il nostro è stato un rapporto sempre un po’ tormentato, ma vivo. Complice, direi.
Insomma, mi ero definitivamente abituato a te e, sono certo, anche tu a me.
Poi però, di recente, dev’essere successo qualcosa di strano: o che io ero più stanco e mi sono dimenticato nuovamente di te, ti ho trascurato, o che eri tu ad aver bisogno e ti sei messa a urlare; oppure che è stato qualcun altro, forse il corpo, a pensar bene di mettere zizzania fra noi due. Fatto sta che a un certo punto, abbiamo ricominciato a litigare forte e dopo tre mesi di queste scenate ci ha pensato Chiara a mettersi di traverso:
“Senti Walter, io non posso più vederti in questo stato. Guardati, non vedi come sei ridotto. Non fai niente, non decidi niente. E allora ho provveduto io. C’è un immunologo, un luminare di fama, che riceve a trecento chilometri da casa nostra. Lavora nell’ospedale della sua città. Pare che facciano miracoli per i casi ostinati come il tuo. Giovedì abbiamo l’appuntamento lì, vediamo se stavolta si risolve, una volta per tutte.”

Io non obiettai nulla.

Chiara aveva ragione, ci voleva qualcuno che si mettesse in mezzo fra me e te, cara la mia pelle ribelle, non si poteva fare altrimenti.
Pensai che sarebbe stata una visita come tutte le altre passate in tutti quegli anni: un po’ di parole spese su di me, su di te, magari qualche pasticca in più, qualche esame di controllo di quelli fatti e rifatti ormai tante volte, il solito allargare le braccia da parte dei medici alla fine, in segno di resa, non senza la ramanzina finale, che era colpa mia, che dovevo stare più calmo, correre meno, pensare di meno, incazzarmi di meno, muovermi di più e meglio e via dicendo.

Invece no. Stavolta non va così.

Adesso sono qui, in una stanza larga, bianca. Nudo come un verme sul solito lettino duro – quello è sempre lo stesso, dovunque ci siano camici bianchi.
Il professore e il suo corredo – un codazzo di assistenti e specializzandi curiosi e intrufoloni – sono a tre metri da me, formano un capannello.
C’è anche Chiara.
Il professore parla con calma, sembra convincente, anche se se riesco a percepire solo qualche parola, una su tutte, “guarire”.

……

“Guarire”…già…, un verbo comune, che brilla di luce e sa di sole.
Eppure io l’ho sempre adoperato con molta parsimonia, per una sorta di rispetto. Di paura. Forse perché è così impegnativo, definitivo. Pericolosamente illusorio.
Una parola pesante, importante. Difficile da pronunciare, difficile da ascoltare.
Un po’ come “credere”. O come “perdonare”, soprattutto quando esce, vuota di significato, dalla bocca del giornalista di turno nell’atto di rivolgere la sua inopportuna domanda alla madre della ragazza violentata e uccisa: “Saprà <perdonare> l’assassino di sua figlia”?

….

Il professore, fino a due minuti fa mi ha rigirato come un calzino, osservato con meticolosa attenzione in ogni parte del corpo insieme ai suoi scagnozzi. Infine, ostentando sicurezza:
“Tranquillo, Cortini, – ha sentenziato – “qui la metteremo a posto: ho visto anche di peggio. Lo sa qual è il suo problema?”
“…??…”
“Ecco, glielo spiego io: lei è iperreattivo. Il suo sistema immunitario reagisce troppo e male e va a finire che se la prende con la sua pelle. Ci penseremo noi ad attenuarle per bene questa ipersensibilità. Dovrà restare in ospedale una decina di giorni: ci sono cose che si possono fare solo sotto stretto controllo medico, non è una passeggiata, quindi per facilità e per sicurezza lei starà qui con noi, vedrà che non avrà a lamentarsi di alcunché”.
Io non ho aperto bocca.
Avrei voluto, avrei dovuto chiedere di più, approfondire l’approccio, la strategia terapeutica, fare le mie obiezioni. Non ho detto nulla invece, ho semplicemente fatto sì con la testa.
Il professore, sorridendo soddisfatto, si è spostato di qualche metro. Con lui tutto il codazzo sanitario e Chiara, che evidentemente intendeva porgli qualche domanda in separata sede.

Adesso sono solo. Anzi, siamo soli, io e la mia pelle, e sono certo che la pensiamo nello stesso modo.
Fanno sul serio questi. Stavolta abbiamo paura, per davvero.
Vogliono separarci. Allontanarci.
Farci diventare due estranei.
Ora.
Dopo tanti anni vissuti insieme.
Ora che, con tanta fatica, abbiamo imparato ad accettarci, a conoscerci. A modo nostro, anche ad amarci.
È vero, me ne hai combinate di tutti i colori. Ti ho maledetta mille volte, cara pelle: quando mi hai svegliato dal sonno nel bel mezzo della notte; quando hai reso quasi impossibile una vacanza al mare, una cena con gli amici o una riunione di lavoro.
Quante volte, però, mi hai dato una dritta. Una scossa, se ti trattavo male direttamente, con le mie stesse mani, oppure attraverso il corpo che poi sputava addosso a te tutti i miei errori.
Quante volte mi hai insegnato ad esercitare l’autocontrollo. A far buon viso a cattivo gioco. Ad apprezzare i momenti di armonia.
A farmi sentire ancora vivo.
E poi, con chi… con chi saprò sfogarmi, da ora in poi? Con chi potrò prendermela ancora, come ho fatto con te per tutto questo tempo?

Il volto di Chiara è ormai disteso. Probabilmente il professore la sta convincendo che la strada è quella giusta; che le possibilità di un buon esito finale sono elevate.
E parlano parlano parlano, spendono parole. Parole sulla pelle.
Sulla <mia> pelle.
Adesso vedo che sorridono. Brutto segno, vecchia mia.

Mi strappano la pelle di dosso! Vorrei urlarlo. Invece resto lì, supino, senza alcuna speranza di fuga.
Abbiamo poco tempo ormai per stare insieme, alla stessa maniera di ogni giorno.
Cos’altro posso fare se non cercarti, toccarti, per tenerti a mente.
Così ti sfioro piano piano, e faccio quello che mi chiedi, sempre più forte. Reagisco ai tuoi segnali alle giunture dei ginocchi, all’incavo dei gomiti, sui glutei. Non mi accontento. Ti stuzzico, perfino là dove nemmeno tu hai mai osato richiamarmi, in zone ancora vergini. Tu non ti fai pregare, sei pronta, mi rispondi.
Sono Jack Nicholson prima della lobotomia, all’epilogo del “cuculo”. Il soldato in partenza per la guerra che non sa se rivedrà la sua casa.
E gratto, gratto, osservo le squame che si staccano dalla tua superficie, piovono sul pavimento a lato del lettino, vi si depositano formando un mucchietto bianco visibile a occhio nudo. Ti graffio, scavo, scavo ancora fino a quando non sento uno sfrigolio, tu che ti laceri ed esce sangue. Ti strappo, ti porto via con me, sotto le unghie, il lenzuolo si macchia, io rosso come un gambero, e tagli, sbucciature dappertutto.

Chiara ascolta ancora il professore.
Lo intuisco: ormai si sono messi d’accordo.

Adesso prude forte anche la schiena. Divento un abile contorsionista. Arrivo con le mani dove non avrei creduto.

Hanno smesso di parlare.
Lasciamo che ci colgano così. Stretti stretti, in quest’ultimo abbraccio.

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