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Ridevano. Ridevano tantissimo. La risata più forte fece oscillare la lampadina nuda appesa al filo al centro della stanza. Il vuoto non era abbastanza vuoto per contenerle tutte.
‒ “Bleiben im einklan!”
Era freddo. Per uno strano incantesimo, però, la pioggia non riusciva a tramutarsi in neve. Oltre la porta, la fila si allontanava nel fango per migliaia di chilometri e chi pian piano arrivava a varcare la soglia pareva squagliarsi sulle assi del pavimento di abete grezzo: un rigagnolo torbido tagliava in due lo stanzone ruscellando a ritroso dal tavolo all’uscio. L’intestino del vecchio che era davanti a mio fratello cedette e una poltiglia scura iniziò a colargli lungo le gambe. Sembrava non finire mai, invece sparì mischiandosi all’acqua del ruscello.
‒ “Sie stinken wie eine kloake voller scheiße!”
Altre risate si levarono dall’altra sponda del tavolo e stiparono la baracca, picchiando più volte conto le pareti fino a imboccare le finestre aperte. Mi concentrai sulla pelle della schiena di Yoel e pensai a una pagina cancellata: era bianca e stropicciata da pieghe a forma di brividi. Non so cosa mi prese: non capivo cosa stessero dicendo, ma sentii il bisogno di gridare.
‒ “Raisisi di tina, domi, wola kuona!? He tuoni iarusi alisi o fu termordi nami!”
Nessun altro nella fila parlò o si mosse. Sulle mie parole calò un silenzio di brina e la mattina dopo eravamo ancora lì, nudi, impettiti, coperti da un velo bianco di cristalli ghiacciati sulla testa e sulle spalle.
Uno dei soldati seduti oltre il tavolo scattò in piedi e si avvicinò: il suo alito sapeva di frittelle di mele. Tonde. Quando iniziò ad urlarmi in faccia il suo disprezzo, un frammento di mela schizzò dalla sua bocca al labbro superiore della mia. Finita la sfuriata, continuò a fissarmi attendendo risposta. Cercai una parola in cui rannicchiarmi con quel poco che restava dei miei pensieri, ma nessuna tana era abbastanza grande. Allora cercai con la lingua il frammento di mela sparato sulle mia labbra e lo trovai. Il soldato smise di puntarmi la pistola alla tempia, riprese a ridere e fece un lungo discorso che comunque le mie orecchie non udirono perché ero diventato tutt’uno col sapore della frittella.
‒ “Schnell! Früher oder später der horror enden, wir haben nicht alle zeit der welt!” ‒ gridò uno dei soldati rimasti sull’altra sponda del tavolo e la fila riprese a strisciare lentamente.
La lancetta era fissata ad un cannello di legno e il tutto assomigliava ad una penna per inchiostro. Sull’avambraccio del vecchio tracciarono il numero 174511, su quello di mio fratello minore 174512. Nessuno dei due disse niente, ma quando si voltò per tornare a mescolarsi al fango oltre la porta Yoel svenne. Si afflosciò sulla poltiglia del pavimento senza fare il minimo rumore, senza sollevare un’onda, senza riuscire a scomparire. Era la cosa più senza che avessi mai visto. Con una forza che non credevo di avere, divincolai il braccio sul quale i soldati già stavano iniziando a tracciare il mio numero e mi chinai per soccorrerlo. Un colpo al torace assestato col calcio del mitra mi ricacciò indietro. Yoel non si riprese: lo sollevarono di peso e lo portarono via. Era talmente molle che sembrava colare tra le dita dei militari. Non lo rividi più.
Squillò una musichetta allegra e un ufficiale rispose al cellulare. La voce dell’uomo si fece subito flautata: non capivo la sua lingua, ma ogni asprezza di pronuncia sfumò all’istante in soffici gorgoglii affettuosi. Conclusi che probabilmente era la moglie o la fidanzata. Restai in piedi davanti al tavolo per alcune ore, mentre la telefonata andava avanti. A un certo punto l’uomo allontanò l’iPhone dall’orecchio, inserì l’altoparlante e appuntò sul touch-screen un elenco dettato da una voce femminile. Gli altri militari ripresero a sorridere, anche se molto sommessamente, dandosi di gomito l’un l’altro. Forse si trattava di una lista della spesa, o forse no, comunque l’ufficiale era particolarmente allegro alla fine.
Tornò verso il tavolo e impugnò in prima persona la lancetta col cannello. La maschera del suo volto s’irrigidì davanti ai miei occhi: continuava a sorridere, ma dietro al calco delle linee d’espressione c’era soltanto un buco nella pagina.
‒ “Sie glauben immer noch, etwas zu sein? Du bist nicht einmal eine bestimmte anzahl!“
E invece di tracciare 174513, mi tatuò sull’avambraccio in bella calligrafia la parola “nummer”.
Grasse risate presero di nuovo a rotolare da un capo all’altro della baracca.
Parecchi anni dopo, scoprii che in fila, quattro posti dopo di me, un altro deportato era sopravvissuto. All’inizio pensai che sarebbe stato importante incontrarlo e chiedergli se aveva dimenticato questo episodio o se aveva scelto volutamente di non raccontarlo. Poi lessi il libro dov’è scritto: “Il mio tatuaggio è diventato parte del mio corpo. Non me ne glorio né me ne vergogno, non lo esibisco e non lo nascondo. Lo mostro malvolentieri a chi me ne fa richiesta per pura curiosità; prontamente e con ira a chi si dichiara incredulo. Spesso i giovani mi chiedono perché non me lo faccio cancellare, e questo mi stupisce: perché dovrei?” Conclusi che aveva fatto bene.
Da quel momento decisi che la mia vita era finita. In realtà ero già morto molti anni prima, insieme a Yoel, ma avevo bisogno di una conferma, di un pensiero che mi tastasse il polso senza trovarlo, di specchiarmi in una pagina, tenendola davanti alla bocca, e non trovare nessun alito ad appannarla. Invece i mesi passavano e io continuavo semplicemente a non esistere. Poi un mattino mi svegliai prima dell’alba e nell’aria c’era qualcosa di mal definito, come l’eco di una risata così lontana da far oscillare la memoria nuda appesa al filo dei miei pensieri. Pensai anche a un lieve terremoto, ma la televisione continuò a mandare la solita pubblicità. Per sicurezza, controllai anche su alcuni siti di informazione in rete, ma trovai solo un fuoco d’artificio di finestre pop-up abitate da animazioni allettanti. Seguii il consiglio e tornai a letto. Eppure quella mattina la mia pelle parlava più forte, urlava, si staccava a brani lunghi quanto passi dell’oca, era piena di parole indelebili, inevitabili, numerosissime.
Perché non ero morto al posto di Yoel? Perché ero morto insieme a Yoel?
Mi alzai, mi vestii in fretta, saltai in macchina e puntai dritto verso il tattoo center dietro il cinema multisala di via Contrari. Sembravo un burattino agito da processi mentali ancora troppo istintivi per sentirli miei.
Feci cancellare la parola “nummer” e al posto di essa dissi al tatuatore di scrivere “174512”. Lo chiesi sottovoce, come se scrivere potesse ancora essere una sorta di sabotaggio del mondo, un gesto di disobbedienza capace di vedere oltre la pagina una realtà di carne e non di carta e inchiostro.
Uscito dal locale, vidi passare un bambino in bicicletta. Era così leggero che le ruotine della bici quasi si sollevavano da terra al minimo sobbalzo.
Pensai a Yoel con una dolcezza di cui non ero più molto capace.
E alla possibilità che stessi già lentamente vivendo, e proprio non volevo farlo senza di lui.

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