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digital cold2



Profumo di primavera. All’ombra del ciliegio in fiore, il maestro Zen sedeva sull’erba fresca da giorni, intento ad osservarsi il palmo della mano destra. Oltre la manica della tunica verde, la mano aperta sembrava galleggiare nell’aria, a circa mezzo metro dal volto. D’un tratto sfoderò l’indice della sinistra e iniziò a scrivere alcune parole sulla pelle, usando il dito come un gesso e la mano aperta come una lavagna.
‒ “Perché non prendete carta e penna, maestro?” ‒ chiese Uh-Ruhr, il suo allievo prediletto.
‒ “Preferisco usare il gesso, mi aiuta a mantenere la calma” ‒ rispose il maestro, abbozzando un sorriso.
‒ “In che senso, maestro?”
‒ “Mai sentito dire calma e gesso? Devi affinare le tue capacità d’intuizione, figliolo.”
‒ “Oh…”
‒ “Se si vuole migliorare in qualcosa, in qualunque cosa, bisogna concentrarsi, non trascurare nulla, non distrarsi neanche un istante, curare i particolari, andare al… al…” ‒ lo sguardo del vecchio si fece torbido quanto l’acqua d’una pozzanghera smossa dal saltello d’un bambino ‒ “e… cosa stavo dicendo?”
L’allievo sospirò sconsolato.
‒ “Maestro… perché non so distinguere quando scherzate e quando parlate sul serio!”
‒ “Perché ogni cosa sfuma sempre in qualcos’altro.”
Il vecchio tracciò sulla pelle della mano una parola lunga, con l’ultima lettera accentata. Uh-Ruhr immaginò di leggere “biodegradabilità”, ma avrebbe potuto leggere anche “quadridimensionalità” o “suggestionabilità”, poiché le lettere svanivano troppo in fretta per esserne davvero certi.
‒ “Certi aspetti della realtà sono tutt’altro che certi” ‒ aggiunse il maestro, quasi che stesse leggendo sia la mente del ragazzo che questo stesso racconto.
L’allievo rimase in smanioso silenzio per qualche secondo, tirò su col naso e implorò almeno un punto d’appoggio.
‒ “Qual è, maestro, il fatto più certo nel mondo?”
‒ “La morte. Difatti la perversione più orribile concepita dal cervello umano è la vita eterna. Un abominevole crimine intellettuale contro-natura.”
‒ “E qual è, maestro, il fatto più certo dell’uomo?”
‒ “Il volto. Il volto della pagina. Gira che ti rigira, la pagina e il volto sono entrambi pieni di parole dette e non dette, di particolari espressioni.”
‒ “Ricordo che un giorno mi diceste: se un uomo ha un volto, ti ha rivolto un pensiero in cui specchiarsi.”
‒ “Eh, il volto ha così tante funzioni! Fratte, periodiche, logaritmiche, trigonometriche… e ognuna, ovviamente, andrebbe graficata mediante uno suo studio di funzione. In tal modo, se ne potrebbe calcolare il limite, ma soprattutto, tornando al gioco di specchi di cui sopra, il punto di flesso nel riflesso.”
‒ “Maestro… non è che provate piacere nel farmi fare la figura del flesso?”
‒ “Può darsi. Mi ha sempre affascinato l’idea che in un sol punto possa rivelarsi un cambiamento di curvatura o di convessità. Non è bello quando una carezza può darsi?”
‒ “Non capisco dove vogliate arrivare, maestro”
‒ “Uh-Ruhr, stai perdendo concentrazione, e forse anche ispirazione. Resta seduto sotto questo albero, tieni gli occhi chiusi e attendi la notte. Se quando li riaprirai, a mezzanotte in punto… di flesso, il sole splenderà alto nel cielo, ne riparleremo.”
Tra le fronde del ciliegio, un pettirosso digitale cinguettò con allegria, lanciando il suo trillo elettronico nell’aria. Il maestro rimase avvolto da un silenzio così soffice che Uh-Ruhr lo sentì nevicare lieve su ogni cosa. Quando il freddo aveva ormai reso quasi insensibile la pelle, il ragazzo riprese a parlare.
‒ “A volte ho l’impressione di essere la versione riveduta e corretta di uno sciocco.”
‒ “Io ho la certezza di essere una forma evoluta di idiota, quindi siamo quasi pari, figliolo. Guardami bene, Uh-Ruhr, guardami dritto in volto: la verità ce l’abbiamo scritta in faccia. Leggi le parole scritte sulla pelle. Cosa dicono?”
‒ “Se un uomo ha un volto, si è rivolto un pensiero in cui specchiarsi.”
Il vecchio maestro lo baciò con la lingua. Poi, stesi nell’eco dell’erba tenera, fecero l’amore per ore e ore.

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