Tag

, , , , , , , , ,

tombino2

il limite tra il me e il non-me:
la pelle…
scrivo sul limite
“pelle”, “sudore”, “limite”
parole, tutte parole
dunque se limite è parola
è la parola il limite?




Apre gli occhi a fatica. L’odore di vodka bianca è ancora lì, più intenso del sapore dell’ultimo conato di vomito.
Il sole sfonda i vetri della camera d’albergo, urtando contro l’abatjour sul comodino. Il paralume traballa e scricchiola, ma non precipita nel vuoto.
Lentamente, Anna gira il polso e attende di riuscire a interpretare il senso delle astine ferme. Non appena il cervello torna a immaginare il tempo, il senso analogico custodito dalle lancette del suo orologio la fa scattare seduta sul letto.
‒ Merda…
Vertigine. Si guarda intorno senza riconoscere l’ambiente: troppa luce, troppi contorni da seguire. Le superfici si riversano una nell’altra, mutando colore in silenzio, a volte lisce, a tratti ruvide, fino a disegnare una Guernica priva di logica spaziale e corporea.
Poi.
Nella stanza, il limite tra Anna e non-Anna si fa sempre meno incerto e la ragazza mette i piedi giù dal letto. La moquette solletica i collant: è vestita, ma scalza. Muove alcuni passi ovattati verso la porta socchiusa del bagno, fa scattare l’interruttore e sussulta per l’improvviso attivarsi del ronzio dell’aspiratore. Lo spegne. In camera con lei non c’è nessuno.
Dove cazzo sono?
Il pulviscolo sospeso a mezz’aria non sa la risposta, ma prova ad esserle d’aiuto, tanto che i fasci luminosi sparpagliati nella camera diventano le dita di una mano intenta ad indicarle la finestra. Anna s’affaccia e vede un’ammucchiata di palazzi grigi da periferia, la cupola della stazione ferroviaria e, poco più oltre, la torre dorata del centro commerciale.
Lo smartphone! La borsetta…
Onda di panico: il mal di testa esplode all’improvviso, bagnato di sudore freddo, e la sommerge. Anna prova a tenere la testa fuori dall’acqua, ma il ricordarsi che ha una testa in bella mostra sopra al collo rende il bersaglio ancor più facile al dolore. Il cervello di Kennedy esplode e rotola sul bagagliaio mentre Jacqueline si tuffa ad afferrarlo. La borsetta è in terra sul lato opposto del letto e Anna la agguanta con un balzo.
C’è tutto. Anche sei chiamate di Marco senza risposta.
‒ Pronto?
‒ Dove cazzo eri finita? Se non era per Giuliana chiamavo la polizia.
‒ Non so. Non mi ricordo molto.
‒ Cosa diavolo stai dicendo, Anna? Dove sei adesso?
‒ Sembra… l’albergo a ore, quello dietro alla stazione… hai presente?
‒ …
‒ Marco? Marco, scusa non…
‒ Sono in ufficio, ti richiamo tra mezz’ora in pausa pranzo.
‒ Non so cosa è successo, Marco… … ma sono vestita, non può essere… non può essere successo niente. Marco?
La linea s’interrompe bruscamente, insieme ai pensieri della donna.
Pausa.
Il cuore pulsa nella testa, sbuffando lentamente.
Giuliana.
Voci nel corridoio oltre la porta: prima più forti, poi un po’ alla volta sfumano.
Giuliana.
Dovrà telefonare al medico, farsi dare un giorno di malattia e comunicare il numerino del certificato all’ufficio del personale, sperando di non aver causato troppo disagio alle colleghe. Ma prima.
Giuliana.
‒ Giù?
‒ Ehiii!!!! Alla buon’ora! Ho faticato a rassicurare Marco e iniziavo a preoccuparmi anch’io.
‒ Cos’è… successo ieri sera?
‒ Lo chiedi a me?
Risate all’altro capo del telefono.
‒ Giù, ti prego. Sto male, non mi ricordo niente… siamo rimaste noi due sole… se n’era andata anche Francesca, no?
‒ E tu eri già mezza ubriaca, anche se giuravi di no.
‒ Sì, ma… poi cos’è successo?
‒ Hai detto che volevi stare un po’ da sola.
‒ E’ vero. Mi si era attaccata addosso una tristezza infinita… che cazzo! Giuro che è l’ultima volta che mi freghi con la cena dei vecchi compagni di classe.
‒ Io mi sono divertita.
‒ Quando ci ritroviamo non posso fare a meno di pensare a Silvia… e a Ettore. Siamo tutti così falsi, ci sforziamo di ridere.
‒ Chi muore giace, chi vive si dà pace.
‒ …
‒ Anna?
‒ Scusa… ho ancora qualche passaggio a vuoto… sono in una stanza d’albergo, quello vicino alla stazione, non so come si chiama e non so… non so come ci sono arrivata.
‒ Stai scherzando?
‒ No… c’era qualcuno con me quando sei andata via?
‒ Con te, no. Nel locale però, c’era ancora parecchia gente.
‒ …
‒ Anna, dì qualcosa, mi metti ansia così. Ti sei calata qualche schifezza? Ti chiamo un dottore?
‒ No… sembra che vada tutto bene adesso. Mi… vieni a prendere?
‒ E la tua auto?
‒ Le chiavi in borsetta ci sono, ma l’auto non so… non so dove sia. E… e sono scalza. Intendo, non ho le scarpe e… e in camera non ci sono.
‒ Tranquilla, arrivo al più presto. Hai chiamato Marco?
‒ Sì.
‒ E cosa ha detto?
‒ Cosa vuoi che abbia detto… gli ho chiesto scusa, anche se non mi ricordo… non so di cosa.
‒ Fai conto che sono già in macchina. Ti richiamo quando sono in zona.
‒ Io scendo in reception, così magari chiedo se qualcuno… sa qualcosa. Ti aspetto in strada.
‒ Ok.
Invece, per almeno un minuto, Anna resta seduta immobile sul margine del letto, quasi che lo sforzo profuso nella telefonata abbia risucchiato ogni residua energia vitale. Come un ascensore in panne, condotto al piano terra da un meccanismo a servo freno, la mano che stringe il cellulare cala lentamente dall’orecchio fino al copriletto. L’intera operazione si svolge e riavvolge al rallentatore, avanti e indietro, senza che gli esperti riescano a decidere se il fallo sia da rigore o meno.
Il velluto del copriletto le solletica il dorso della mano, richiamando l’attenzione della donna: la pelle pare più sensibile del solito e intorno alla bocca, avverte un debole formicolio. Un rutto al retrogusto di vodka. Anna sospira e si tira in piedi, anche perché l’impressione tattile del peso che grava sui glutei sta diventando sgradevole quanto punture di spillo.
Le scarpe non ci sono, né sotto al letto, né subito fuori della porta. Ricompone il tubino in misto-lana a greche nere e granata, aggiusta la pettinatura e s’incammina lungo il tappeto che riveste la parte centrale corridoio. Dopo qualche passo si sorprende a notare il vellicare del nylon dei collant contro la pelle dei piedi. Rallenta l’andatura, perplessa, mentre il corridoio s’allunga all’infinito e il solletico diventa pizzicore salendo delle caviglie verso l’interno coscia.
E’ assurdo. Vabbè che sono tessuti sintetici, ma è impossibile che producano una tale scossa elettrostatica!
Più si concentra sul prurito, più il pizzicore si estende al ventre, ai polpastrelli e sale verso la gola, fino al naso. Quando il formicolio le esplode in testa, un bimbo col triciclo la sorpassa ed Anna intuisce ciò che sta accadendo. D’altra parte il tappeto mostra lo stesso motivo a esagoni marroni e arancioni, col centro rosso. Le pareti riflettono lo stesso alone bianco-lucido e si alternano alle porte scure delle stanze, scortate dalla musica di suspense che sbriglia brividi su per la schiena. La donna non fa in tempo a protestare, che alle pareti sboccia un tema floreale, il legno delle porte vira al beige e due gemelline col vestito azzurro le sbarrano la strada.
‒ Vieni a giocare con noi?
Fanculo Shining!
Anna brandisce l’i-phone come un’accetta e si apre un varco tra le due bambine. Il diversivo pare funzionare e lo schermo cinematografico collassa, ridotto a schermo di videofonino.
Pensare ad altro, tenere impegnato il cervello…
La donna s’immerge nella consultazione delle nuove app segnalate da itunes e decide di scaricare “i-ciabatta”, un’applicazione gratuita che trasforma il telefonino in una comoda ciabatta imbottita, da indossare all’occorrenza. Sorride. Immagina di calzare lo smartphone e di procedere a zoppa-gallina, con l’effetto immediato di sentir sfumare il pizzicore ai piedi.
Solo dopo essersi arenata sul bancone della reception, riprende coscienza del mondo circostante.
‒ Buongiorno. Piacere, Anna Frazzi, ero nella stanza 617 ‒ strizza le palpebre, nel tentativo di migliorare la messa a fuoco ‒ sa dirmi… come ci sono arrivata?
L’uomo dietro il bancone avrà circa sessant’anni, capelli bianchi, spalle larghe e naso a forma di dosatore di sapone da wc di centro commerciale. Studia le dita della donna, poi risponde.
‒ Se non lo sa lei, signorina.
‒ Capisco… o meglio, non capisco, ma è lo stesso. C’è qualcosa da pagare?
‒ Ora controllo. No, signorina.
‒ Posso sapere chi ha saldato la camera?
‒ Non ne ho idea, signorina.
‒ Può smettere di ripetere sempre “signorina”?
Anna digrigna i denti pensando: vedrai che mi risponde “come preferisce, signorina”. Invece il dosatore di sapone, si soffia il naso e dopo una studiata pausa ad effetto si limita a fare spallucce. La donna insiste.
‒ La prego, non ricordo come sono arrivata qui… sto cercando di capire cos’è successo stanotte. Non riesce a risalire a un nome… magari la carta di credito… un documento…
L’uomo sospira e torna a consultare le carte. Sull’orlo del naso, una goccia lattescente oscilla, s’allunga appena e torna indietro per giocare a nascondino.
‒ La camera è stata pagata in contanti. Il documento di identità segnato in registro è la patente di Anna Frazzi. Mi spiace, signorina, non riesco ad esserle d’aiuto.
Anna zampetta sconsolata verso l’uscita. Appena fuori dall’albergo, il marciapiede lastricato la saluta: per la prima volta, la donna si rende conto di quanto possa essere duro e freddo un marciapiede. Si guarda intorno, chiedendosi da quale direzione arriverà Giuliana.
Quando l’amica la rintraccia, Anna sta camminando in cerchio sopra un tombino bugnato per leggere coi piedi nudi la scritta che ne segna la circonferenza. Ha le braccia aperte nel tentativo di bilanciare meglio l’equilibrio e gli occhi chiusi, concentratissima nel sentire le parole sulla pelle. “Comune di Firenze, fognatura”. “Comune di Firenze, fognatura”. “Comune di Firenze, fognatura”. “Comune di Firenze, fognatura”. “Comune di Firenze, fognatura”. “Comune di Firenze, fognatura”. “Comune di Firenze, fognatura”. “Comune di Firenze, fognatura”. “Comune di Firenze, fognatura”…
Il ciclo continuo le comunica un senso di calore, la abbraccia e la rassicura restituendo certezza a ciò che è venuto prima e a ciò che verrà. Il significato recondito del siparietto dev’essere molto pregnante perché attorno alla donna s’è raccolto un nutrito capannello di spettatori.
L’incanto s’interrompe quando Giuliana ferma l’auto e in mezzo alla strada e strattona via l’amica per cacciarla a forza nell’abitacolo.
‒ Cosa diavolo t’è preso??
‒ Non so. Mi sento ancora un po’… strana.
Giuliana sbuffa, ripartendo in sgommata.
‒ Ti porto in ospedale o dal medico?
‒ Ehi! Senti com’è ruvido il tappetino!
‒ Anna!
‒ P… E… U… O… no, aspetta, G… E…
‒ Stai delirando?
‒ Peugeot, in stampatello… si legge Peugeot sul bordo del tappetino… con la pelle del piede, intendo…
‒ Occazzo…
Giuliana devia verso l’ospedale, che però sta all’altro capo della città.
Mezz’ora dopo, sull’uscio del pronto soccorso, Anna ha recuperato una buona lucidità e le due amiche concordano sul fatto che non siano necessarie cure mediche.

A cena l’atmosfera è così spessa che all’odore familiare e rilassante del soffritto di cipolla non riesce il miracolo di diffondersi nell’aria. Marco e Anna s’intravedono appena da un capo all’altro del tavolo.
Lo stridere delle posate contro i piatti riecheggia contro le pareti dell’appartamento in cui convivono da un anno, creando rinterzi di sponda che paiono ripetersi all’infinito. Anna ha fatto tre volte la doccia, profuma di bagnoschiuma alla vaniglia e i lunghi capelli castani luccicano più del solito, ma com’è logico non basta. S’è anche messa un minimo di trucco per coprire le occhiaie e aiutare il viso a sorridere, ma com’è logico non basta. Ha pure cucinato il risotto preferito di Marco, apparecchiato con cura e messo in tavola una bottiglia di bianco dei colli Martani, ma com’è logico…
‒ Marco…
‒ …
‒ Ho sempre pensato che i nomi vogliano dire qualcosa. Che le parole abbiano un potere magico, capace di superare ogni limite.
‒ Oh, anch’io, anch’io…
Il sarcasmo nelle parole dell’uomo è così evidente che l’ultima frase di Anna, rimasta a galleggiare a mezz’aria nella nebbia fittissima si schianta contro il collo della bottiglia di vino e inizia a colare giù come una goccia sulla guancia.
‒ Marco, quando ci siamo messi insieme ho pensato che i nostri nomi ci dicessero che sarebbe stato per sempre. Non te l’ho mai detto, ecco, sento che è importante che io te lo dica adesso.
‒ Ma di cosa vai delirando…
‒ Sai quanto amo Lucio Dalla. Hai presente quella canzone, Anna e Marco?
‒ Non mi piace la musica italiana, lo sai. In questo siamo molto diversi: io mi emoziono ascoltando Springsteen, o i Rolling Stones, o i Nirvana.
Anna chiude gli occhi e recita a memoria, sentendo le note sovrapporsi alle parole.
‒ Ti dico come finisce ‒ la voce s’incrina appena ‒ “Anna avrebbe voluto morire, Marco voleva andarsene lontano, qualcuno li ha visti tornare, tenendosi per mano”…
E mentre finisce di parlare, allunga la mano aperta colmando col gesto la distanza che separa i lati opposti del tavolo. Per un attimo, Marco ha la sensazione di leggere la consistenza fisica delle parole appena pronunciate da Anna sulla pelle del palmo, tanto la mano è viva. Ne avverte il calore morbido, l’umidità carica di tensione.
La donna sente cedere il muro dell’uomo e insiste.
‒ Ho sempre pensato che i nomi vogliano dire qualcosa. E i nostri nomi in quella canzone dicono che siamo capaci di superare qualsiasi momento difficile. Dimmi che è così, Marco.
La mano di Marco si muove da sola andando a cercare quella di Anna: prima si appoggia sopra, poi la stringe.
Si guardano negli occhi a lungo.
Poi la discussione riprende più distesa.
Finiscono la cena e sparecchiano.
Qualche minuto dopo si spostano in camera da letto.
‒ …e come fai ad essere, ad essere sicura che…
L’uomo fatica a trovare le parole.
‒ Ci sono cose che un uomo ha difficoltà a capire. Se ti dico che sono sicura che… nessuno mi ha scopata, puoi star certo che è così.
‒ Non è che non ti credo, Anna, solo che se non ricordi niente…
‒ Hai ragione, ma solo a metà, nel senso che non stiamo mica parlando di un’altra persona: sono comunque io, il mio corpo.
‒ Mmmm…
‒ E non sto parlando di menate filosofiche del tipo “se di un evento non ho né memoria né coscienza, allora a tutti gli effetti non è mai accaduto”. Sto dicendo che non è avvenuto, punto e basta.
Sebbene qualcosa nel ragionamento non fluisca proprio cristallino, Marco ha bisogno di quel punto e basta.
‒ Ok, scusami se ho insistito. Non volevo assillarti. Dev’essere stata un’esperienza terribile e io non ti sto aiutando per nulla.
L’uomo finisce di spogliarsi e si butta sul letto. Anna gli si siede accanto, desiderosa di dire ancora.
‒ Non è stata un’esperienza “del tutto” orribile. Sento ancora la pelle un po’ strana… non avevo mai pensato alla pelle come a un limite.
‒ Cosa intendi?
‒ Dove finisco io e inizia il resto del mondo. E’ il mio confine, la mia frontiera, invece la forza dell’abitudine finisce per cancellarne la coscienza.
Marco accende l’abatjour, dopodiché distende un braccio e fa scattare l’interruttore accanto alla testata del letto spegnendo la luce del lampadario a goccia.
‒ Cos’è, una specie di crisi mistica? Una rivelazione?
‒ Non prendermi in giro. Non pensi che innamorarsi sia anche prendere coscienza dei limiti? Dei limiti del proprio corpo, in senso sia fisico che figurato, intendo.
‒ Oh, beh, se lo dici tu.
‒ Le pelle come confine oltre il quale accade l’ignoto di un altro corpo.
Anna si ferma un po’ a disagio, quasi che essa stessa debba sedimentare a pieno il senso di ciò che sta dicendo. Marco scoppia a ridere.
‒ L’ignoto nascosto dietro un paravento di pelle umana ‒ sorride ancora, anche se a metà bocca, di un ghigno amaro fantozziano ‒ sono solo parole, Anna, concetti astratti, seghe mentali.
‒ Forse hai ragione, però tu pensa ai peli. Sono ancora io fino alla punta del pelo, poi finisco. Dopo non c’è più niente, o meglio, c’è tutto un universo che è altro da me.
Anna cerca di trovare la posizione giusta sul bordo del letto, un po’ a disagio: sente bruciare le natiche e i palmi della mani. Distrattamente si accarezza da sola un avambraccio. Marco la studia perplesso, quindi chiosa.
‒ Mah, chettidico… sono d’accordo con quel saggio che diceva “qui si chiacchiera troppo e si scopa poco”.
Ridono entrambi. Infine la donna tira le somme.
‒ Quello che volevo dire è che i peli sono così sensibili, sentono anche il minimo spostamento d’aria, sono coraggiosi, si spingono avanti nel vuoto, esplorano un territorio sconosciuto.
‒ E’ vero. Direi che è il caso di parlane con la tua estetista. Magari poi andate insieme a fare un po’ di psicoterapia…
Il rimbrotto semiserio di Marco suggerisce che non è il caso di insistere. Per inventare parole ci sarà tempo e adesso c’è soprattutto bisogno di far collimare i confini, di lavorare sui punti deboli, sulle zone nevralgiche che assai spesso sono agitate da movimenti indipendentisti e contese tra stati limitrofi. Le rientranze più nascoste, le sporgenze più piene: Anna si sente lucida e tangibile come non le era mai successo prima, pieghe, pliche, insenature, protuberanze… tutta la pelle le parla di sé e di se.
Si toglie la vestaglia e si stende accanto a Marco.
Il tempo si dilata.
I respiri si fanno più caldi.
Si accarezzano, si leccano e si uniscono in un’alleanza di vita ricca di suoni di gola, ma completamente priva di parole. E non può essere altrimenti quando i confini combaciano e si annullano.
Passa almeno mezz’ora prima che uno dei due trovi il coraggio di parlare.
‒ Marco…
‒ Mmmm…
‒ Marco, ho bisogno di dirti che ti amo.
‒ …
Si abbracciano, persi in quel senso di appartenenza che è tipico del sopore post-coitale. Anna studia le oscillazioni del torace di Marco, traendone un conforto rassicurante, anche se un’inquietudine continua a percorrerle la pelle. Sono tua, pensa, tua dalla punta dei peli al profondo delle viscere. Non appena il respiro dell’uomo si fa regolare, la donna scivola delicatamente fuori dal letto.
‒ Dove vai?
‒ Mi lavo. Per la cistite.
Marco ruota il capo di quel tanto che gli consente di osservarla allontanarsi nuda, verso il bagno: un’armonia di curve pericolose che costringe lo sguardo a rinunciare al sorpasso, ma a rimanere in scia.
‒ Hai un livido sul sedere.
La voce di Anna arriva a mala pena, frammista allo sciacquio del bidet.
‒ Eh? ‒ chiede di nuovo nel rientrare in camera da letto.
‒ Mi sembra che hai una macchia scura sul sedere.
La donna accende la luce grande e studia il proprio riflesso nello specchio dell’armadio.
‒ Non vedo niente.
‒ Dietro, ti dico. Sul sedere.
La superficie del parquet d’un tratto si fa gelata. Le piante dei piedi riprendono a formicolare e affondano come radici nel pavimento. Anna resta paralizzata in torsione di tre quarti, incapace di muoversi mentre la pelle stormisce le fronde in balia degli eventi. Ascolta stupefatta le non-parole sussurrate dalle pelle, simili a segnali morse provenienti da un altro universo: un linguaggio fatto di sentieri e non di segni, percorso da formiche in fila indiana che zampettano andando dal corpo al cervello senza soluzione di continuità.
La vestaglia scivola giù dalla sedia accanto al letto, soffiando un tonfo ovattato.
Sulla natica destra c’è un minuscolo tatuaggio senza parole. Eppure Anna legge: ormai sei mia. Sulla sinistra c’è tatuato un numero di cellulare.

Annunci